joi, august 20

XIV

Voglio aggiungere, a mia parziale difesa (e qui mi rivolgo ancora ai miei capi, cioè mi rivolgo a loro come se fossi già morta) che non è del tutto esatto dire che ci siano delle chiocciole: io in effetti non ho mai visto nessuna chiocciola. Le chiocciole sono semplicemente la condizione necessaria perché la visione abbia luogo, e pertanto non possono essere viste. Però, quando sono molte, mi sembra di sentire il rumore dei loro gusci che si sfiorano. Sembrano una lontana fanfara di nacchere.

(Preferisco non riflettere troppo su questo paradosso. Temo che, se lo risolvessi, le chiocciole si dileguerebbero, e io rimarrei del tutto cieca.)

miercuri, mai 20

XIII

Forse le grandi chiocciole luminose sono le discendenti delle microchiocciole preistoriche che ho sorpreso nelle piastrelle del mio bagno. Forse il mio incarico e la mia malattia agli occhi non sono altro che la loro vendetta per aver violato il segreto delle loro progenitrici.

marţi, martie 24

XII

Ma non si tratta solo dei rapporti. In realtà, tutta la mia vita è legata alle chiocciole; grazie alle chiocciole, per esempio, riesco a descrivere il panorama a mio fratello. Sono loro a scendere sulle macchine volanti e sul gigante di pietra, rendendoli visibili; sono loro che mi mostrano ogni cosa, e quasi mi dettano le parole con cui io poi parlo a mio fratello, tanto che a volte ho la sensazione che non scendano sugli oggetti, ma direttamente sulle parole, e che siano le parole ciò che le chiocciole mi fanno vedere; in fondo, non vedo un oggetto reale da così tanto tempo che potrebbe ben essere così, e che io mi sia ormai abituata a considerare le parole come i veri oggetti. Forse, se considerassi gli oggetti che le chiocciole mi mostrano come se non fossero oggetti, ma parole, vedrei altre cose ancora, forse troverei il modo per guarire i miei occhi; mi chiedo se le chiocciole stiano cercando di indicarmi qualcosa con le loro scie e le loro traiettorie, e mi chiedo anche se le chiocciole vedano ciò che mi mostrano, o se anche loro abbiano bisogno di altre creature, di altri parassiti che mostrino loro la strada da prendere... ma che stupidaggini! io di fatto non vedo nulla, quindi che importa sapere le intenzioni delle chiocciole? Senza le chiocciole, sarei cieca, e non avrei nulla da scrivere sui miei rapporti, e nulla da raccontare a mio fratello le volte che ci sediamo insieme alla finestra. Quando ci penso, la notte, con il dolore agli occhi che non mi fa dormire, mi metto a piangere per la rabbia e l’impotenza.

miercuri, martie 4

XI

A dire la verità, sebbene i miei capi non facciano che lodare la qualità della mia vista, credo di essere ormai quasi cieca. Ho tenuto nascosta, finché ho potuto, la malattia dei miei occhi, ma temo che prima o poi finirò per farmi sfuggire un errore nei miei rapporti.
Ho tenuto nascosta ai miei capi anche l’esistenza delle chiocciole (non parlo delle microchiocciole nel bagno - sebbene anche di quelle i miei capi non sappiano nulla - ma delle chiocciole-parassita che infestano i miei occhi). L’ho fatto semplicemente perché il mio lavoro non ne venisse sminuito. Qui però ne voglio parlare. Se, dopo la mia morte, troveranno queste pagine (e in realtà è certo che le troveranno, dato che certamente ne sospettano l’esistenza), ecco per loro questa confessione postuma:

Egregi signori,
quel poco che sono riuscita a vedere per voi, è stato grazie a delle grandi chiocciole luminose; le chiocciole scendono lungo i bordi degli oggetti, lasciando dietro a sé una striscia luminosa che per un po’ mantiene i contorni del loro percorso. Le scie delle chiocciole diventano immagini, mentre il resto rimane in una specie di tenebra diffusa e carnosa. L’effetto è lo stesso di quando, dopo aver fissato oggetti illuminati, si chiudono gli occhi di colpo. È nello stesso identico modo che io stendevo per voi i miei rapporti: serravo gli occhi di colpo, aspettando che iniziassero a scendere le chiocciole, poi iniziavo a descrivere ciò su cui le chiocciole erano passate. Il merito della precisione dei miei rapporti, quindi, va alle chiocciole, e non a me.
Vogliate perdonarmi.

joi, ianuarie 8

X

L’incarico che mi è stato affidato (questo tremendo incarico forse superiore alle mie forze) a volte mi appare come una specie di grande lingua terrosa che mi vuole inghiottire; la mia mano, mentre stendo i rapporti, piega le lettere sempre più all’ingiù, come se gli accenti, le virgole, i punti, gli apostrofi non fossero in realtà che i grani di una sabbia mobile incandescente, che presto mi assorbirà per intero, chiudendosi sopra di me fino a farmi diventare uguale a lei: un’immagine ingannevole del suolo.

joi, decembrie 4

IX

(Sono una bugiarda. Quando ho parlato dell’importanza del mio incarico, delle mie capacità, ho mentito. Ho mentito su un sacco di cose. Ho mentito anche quando mi sono fatta assegnare l’incarico, e ora sono in trappola. La mia vista non è affatto acuta; gli occhi mi si stanno ammalando. La notte mi bruciano da morire, ma non posso confessarlo, per non perdere l’incarico. Ho dei parassiti negli occhi: delle grosse chiocciole.
Perché mentire? L’unico che potrebbe capire queste parole è mio fratello, quindi non ha senso mentire: per lui non ho segreti. Se mio fratello vedesse quante bugie ho scritto, si metterebbe a ridere e mi stamperebbe un bacio sulla bocca, per dispetto.
Eppure, forse faccio bene a mentire. Potrebbe esserci, senza che io lo sappia, un’altra persona con la vista acuta come la mia; potrebbe essere che, con la giusta umidità nell’aria, questa persona riesca un giorno o l’altro a leggere queste parole. Potrebbe essere che questa persona con la vista acuta sia stata assunta dai miei capi, proprio con il compito di sorvegliarmi. I microfossili e il ragno acquatico di certo non avrebbero potuto mai immaginare che qualcuno li avrebbe guardati in futuro. Io sono come loro. Devo stare in guardia.)

duminică, octombrie 26

VIII

Per guardare il panorama, procediamo così: mio fratello mi conduce fino al bordo della finestra, poi, indicando con una mano, e tenendo sollevata la mia testa con l’altra, inizia a descrivere il paesaggio, che io a causa dei miei problemi con la vista non riesco a distinguere. Mio fratello mi parla di come procede il lavoro nei campi, e della costruzione della cattedrale; mi descrive le parate militari, e si esalta a parlare della potenza della nostra repubblica; quando c’è una festa, mi descrive i costumi, i balli, il cibo e le persone, e la forma delle nuvole; mi descrive le fasi della luna, le traiettorie degli uccelli migratori e delle stelle; mi prende la mano e quasi mi fa sentire il contorno della montagna, il bordo del lago; conta per me il bestiame che viene condotto al mattatoio, e le merci che da ogni parte arrivano nella capitale. Quando mi parla del panorama, mio fratello mi fa sentire come se io fossi una regina, e il panorama il mio reame.

Altre volte sono io a descrivere a mio fratello quel che si vede dalla finestra sfondata. A seconda del clima e del mio stato di salute, descrivo a mio fratello voragini popolate da ramarri neri, macchine volanti mezzo lacerate che si trascinano malamente nel cielo, sbatacchiando contro le rocce, precipitando attraverso le costellazioni come foglie che cadono, il fossile di un gigante sdraiato, al cui interno la gente ha costruito una città (vedo chiaramente i panni stesi sotto l’arcata dei denti spalancati), e l’arcaico sistema di canali, cascatelle, minuscoli stagni, su cui si regge l’ordine economico e politico di quella città.
Mio fratello, in fondo in fondo, è ancora un bambino. Quando gli descrivo il panorama, vuole che gli tenga una mano sugli occhi. Dice che così a volte gli sembra di vedere le cose di cui gli parlo. So che lo dice semplicemente per non farmi sentire sola, ma a volte mi viene da pensare che forse dice la verità, e che davvero quando gli tengo una mano sugli occhi anche lui veda il panorama che vedo io, come se le mie mani fossero una specie di occhiali.

(Dopo un po’ che parlo, non riesco più a capire se sto realmente descrivendo quello che vedo, o se non sono piuttosto le parole a evocare le immagini. A volte continuo a descrivere il panorama finché non mi addormento, e le parole si mescolano con il sogno, e non si riesce più a capire se sto parlando del panorama o del mio sogno. Allora mio fratello mi prende in braccio e mi porta a letto, e io continuo a sognare fino al mattino; sogno il panorama che entra nella nostra casa, penetra nei corridoi trasformandoli in caverne e foreste, rovesciandosi come un uccello preistorico, gigantesco e morente, sprofondando nella vasca da bagno, sbriciolando i microfossili intrappolati nelle piastrelle.)